FEET ON THE GROUND – Patrick Moschen

Feet On The Ground, un progetto discografico curato e co-prodotto da Thomas Guiducci per la torinese Good Luck Factory, è il lavoro d’esordio del trentino Patrick Moschen. 55e456_a8bdceef8afa4b3194375350f8fefb6b_mv2Fin da subito s’intuisce come questi brani siano frutto di una ricerca stilistica che vuole distaccarsi da qualsiasi imitazione dei modelli blues precedenti. Il disco si apre con 4o2, un blues costruito su tromba, chitarra e voce. La tromba di Stefano Chiappo traccia scie blu sulla tela sonora, striscia come una serpe negli anfratti bui e fa da controparte alla voce di Moschen. Un blues dalle tinte seducenti, ma che allo stesso tempo fa rabbrividire e punge sanguinoso come un coltello sottopelle.

Si continua con Lie or Truth, un pezzo che tende la slackline sopra la routine della vita quotidiana e cammina in bilico tra menzogna e verità. Sta a noi scegliere da che parte sbilanciarsi.

Move è la terza canzone di questo blue-album. Le percussioni danno il via al brano e uno strofinio crescente sulle corde della chitarra crea tensione. C’è la necessità di muoversi, di togliere le radici dal terreno e spostarsi lontano. Armonica, percussioni e chitarra creano un contesto desolato e sabbioso.  Si fa vivo l’hobo che c’è in ognuno di noi e trascina via razionalità e routine in un vorticoso tumbleweed che rotola in mezzo al deserto.

Paco’s Mood è un pezzo calato nel viavai cittadino. Stiamo camminando per le strade della città e all’angolo di un negozio incrociamo un bluesman con il suo cagnolone Paco dentro la custodia della chitarra che abbaia ai passanti. Il giro melodico del brano ricorda qualche creazione chitarristica di Luca Francioso, ma qui non ci si ferma allo strumentale perché si tesse sopra un testo che evoca immagini come fosse un film.

Front-e1519559737446See parla ancora una volta di Blues, ma formalmente si allontana da esso. Qui Moschen approda dalle parti della ballata folk con un capannello di strumenti più numeroso rispetto all’essenzialità del resto del disco. Batteria, basso, chitarra, voce, mandolino, bastone della pioggia e pure qualche campionatura si fondono assieme in un fluente ruscello sonoro che avvolge e rilassa l’ascoltatore.

Slowly Stuff Blues è un pezzo scritto da uno dei maestri e mentori di Moschen: Angelo “Leadbelly” Rossi. La chitarra grumosa e densa parla dell’abbandono della propria hometown nel sud per dirigersi verso Chicago.

The Bad Man chiude il disco con la presenza di un uomo cattivo che torna in città. “Se solo avessi una pistola..” canta Moschen, ma l’arma vincente in fin dei conti resta sempre la chitarra: uccidere non è nelle sue corde, essa regala vita.

bmi_homePatrick ha saputo restare coi piedi per terra come recita il titolo di questo disco. Grande rispetto verso i padri spirituali e una marcata umiltà che emerge: piedi per terra a sentire tutti i sassolini che ammaccano la pianta e le dita, consapevoli dei limiti, ma sempre pronti a percorrere strade scoscese e ad imparare dai propri maestri. Quest’album è un “blue journey” che si snoda tra la polvere del sud, macina chilometri costeggiando i campi di cotone e continua diretto chissà dove senza mai fermarsi. Se lo incontrate offritegli un goccio di moonshine, fategli fare un paio di giri sul vostro stereo e alla fine vi ritroverete con la stanza e l’animo ridipinti di blue.

 

Sara Bao

“Il blu è astuto, sornione, sguscia nella stanza di sbieco, è subdolo e scaltro. Questa storia parla del colore blu, e al pari del blu non vi è niente di vero. Blu è la bellezza, non la verità.  È un colore profondamente ambiguo, il blu. Blu è gloria e potere, un’onda, una particella, una vibrazione, una risonanza, uno spirito, una passione, un ricordo, una vanità, una metafora, un sogno”.

-Christopher Moore-

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